Eloisa ad Abelardo (1120 ca.)

Tu sai, mio carissimo - e lo sanno tutti - quanto ho perduto perdendo te; e come quella disgraziata storia e quel tradimento a tutti noto abbiano strappato insieme a te anche me a me stessa, e come il dolore sia incomparabilmente più forte per il modo in cui ti ho perso che per la perdita medesima. E poi, quanto più profonda è la radice del male, tanto più forti saranno i rimedi del conforto, che non devono venire da nessuno se non da te; e poiché tu solo sei la causa del male, tu solo puoi guarirmi. Tu sei il solo, infatti, che possa affliggermi, e il solo che possa allietarmi o consolarmi. E sei anche il solo a dovermi particolarmente tanto, visto che ho seguito ogni tuo comando al punto che - non volendo in alcun modo arrecarti dispiacere - sono giunta a perdere me stessa, pur di obbedirti. Ma ciò che più conta è che il mio amore fu a condurmi a una follia tale che ha allontanato da sé senza la speranza di poterlo riavere mai più l'oggetto stesso del suo desiderio. (...). E Dio sa che in te non ho mai amato altro che te stesso: che solo te ho desiderato, non ciò che tu possedevi.



Caterina d'Aragona a Enrico VIII (1485)

Mio Signore e Caro Marito,mi affido a voi. L’ora della mia morte si avvicina velocemente ed essendo questa la mia condizione, il tenero amore che vi porto mi spinge a ricordarvi, con queste mie parole, della salute e salvaguardia della vostra anima, che dovete preferire sopra a ogni altra cosa mondana e prima della cura e salvaguardia del vostro stesso corpo per il quale avete gettato me in molti affanni e voi stesso in cure continue.

Da parte mia vi perdono di tutto, sì, questo è il mio desiderio e prego devotamente Dio perché anche Egli voglia perdonarvi.

Per il resto vi affido nostra figlia Maria e vi raccomando di essere per lei un buon padre, come ho sempre desiderato.Vi prego inoltre, a nome delle mie dame di compagnia, di assegnare loro una dote, che non sarà molto poiché sono solo tre. Per quanto riguarda tutti gli altrimiei servitori, vichiedo di dare loro un anno di paga in più rispetto a quello che è loro dovuto, così che non rimangano senza mezzi di sostentamento. Per ultima cosa, giuro che i miei occhi desiderano voi sopra ogni altra cosa.

 

  
 

 


Wolfgang Amadeus Mozart a Constanze Weber (1785)

Oh se avessi una tua lettera già! Se ti raccontassi tutto quello che faccio con il tuo ritratto, certo ti metteresti a ridere. Per esempio, quando lo tiro fuori dalla custodia dico “Buon giorno piccola Constanze, buongiorno birichina, micetta, nasino a punta, bagatella” e quando lo ripongo lo faccio scivolare piano e dico “Be’, be’ be’ be’” ma con l’espressione speciale che questa parola così significativa esige. E alla fine, in fretta, “Buonanotte topolino, dormi bene!”. Credo proprio di aver scritto delle stupidaggini, per gli altri almeno, ma per noi che ci amiamo tanto non è affatto stupido. Sono sei giorni che sono lontano e mi sembra già un anno. Ti bacio milioni di volte tenerissimamente e sono il tuo sposo che ti ama sempre teneramente.
 



Ludwig van Beethoven all'amata immortale (Teplitz, 7 luglio 1812)

Anche a letto i miei pensieri corrono a te, mia amata immortale, lieti talvolta, poi di nuovo tristi, in attesa di sapere se il destino ci esaudirà. Per affrontare la vita, io debbo vivere esclusivamente con te oppure non vederti mai. Sì, ho deciso di errare andando lontano, fino a quando potrò volare fra le tue braccia, dirmi davvero a casa mia da te e, circondato dalle tue braccia, lasciare che la mia anima sia trasportata nel regno degli spiriti beati…
Sii calma, soltanto considerando con calma la nostra esistenza possiamo raggiungere il nostro scopo che è di vivere assieme – Sii calma – amami – Oggi – ieri – che struggente desiderio, fino alle lacrime, di te – di te – te – vita mia – mio tutto – addio – Oh, continua, continua ad amarmi – non disconoscere mai il fedelissimo cuore del tuo amato.
Eternamente tuo
Eternamente mia
Eternamente uno dell’altro

 

 

 


Giacomo Leopardi a Fanny Targioni Tozzetti (Roma, 5 dicembre 1831)

Cara Fanny. Non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete occupata: Ma in fine io non vorrei che il silenzio paresse dimenticanza, benché forse sappiate che il dimenticar voi non è facile. Mi pare che mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non rispondevate, agli altri sì, perché di quelli eravate sicura che non si offenderebbero, come gli altri, del vostro silenzio. Fatemi tanto onore di trattarmi come uno de’ vostri migliori amici; e se siete molto occupata, e se lo scrivere vi affatica, non mi rispondete…
Delle nuove da me non credo che vi aspettiate. Sapete ch’io abbomino la politica… I miei amici si scandalizzano; ed essi hanno ragione di cercar gloria e di beneficare gli uomini. Ma io che non presumo di beneficare, e che non aspiro alla gloria, non ho torto di passare la mia giornata disteso su un sofà,senza battere una palpebra. E trovo molto ragionevole l’usanza dei Turchi e degli altri Orientali, che si contentano di sedere sulle loro gambe tutto il giorno, e guardare stupidamente in viso questa ridicola esistenza.
Ma io ho ben torto di scrivere queste cose a voi, che siete bella, e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita.



John Keats a Fanny Brawne (1820?)

Mia cara ragazza,
In questo momento mi sono messo a copiare dei bei versi. Non riesco a proseguire con una certa soddisfazione. Ti devo dunque scrivere una riga o due per vedere se questo mi assiste nell’allontanarti dalla mia mente anche per un breve momento. Sulla mia anima non riesco a pensare a nient’altro. È passato il tempo in cui avevo il potere di ammonirti contro la poco promettente mattina della mia vita. Il mio amore mi ha reso egoista. Non posso esistere senza di te. Mi scordo di tutto salvo che di vederti ancora la mia vita sembra fermarsi lì non vedo oltre. Mi hai assorbito. In questo preciso momento ho la sensazione di essermi dissolto – sarei profondamente infelice senza la speranza di vederti presto. Sarei spaventato di dovermi allontanare da te. Mia dolce Fanny, cambierà mai il tuo cuore? Amore mio, cambierà? Non ho limiti ora al mio amore… Il tuo biglietto è arrivato proprio qui. Non posso essere felice lontano da te. È più ricco di una nave di perle. Non mi trattare male neanche per scherzo. Mi sono meravigliato che gli uomini possano morire martiri per la loro Religione – Ho avuto un brivido. Ora non rabbrividisco più. Potrei essere un martire per la mia religione – la mia religione è l’amore – potrei morire per questo. Potrei morire per te. Il mio credo è l’amore e tu sei il mio unico dogma. Mi hai incantato con un potere al quale non posso resistere; eppure potevo resistere fino a quando ti vidi; e perfino dopo averti visto ho tentato spesso “di ragionare contro le ragioni del mio amore”. Non posso farlo più – il dolore sarebbe troppo grande. Il mio amore è egoista Non posso respirare senza di te.

Tuo per sempre,
John Keats
 


 

 


Aleksandra Fëdorovna a Nicola II Romanov (Wolfgarten, 11 settembre 1894)

Vecchio scimmiotto, come osi dire che mi bacerai quanto ti pare senza il mio permesso! Non ho mai sentito una tale impertinenza! E meglio che non ci provi, o la mia vendetta sarà davvero terribile. Oh, carissimo, ti desidero sempre di più, specialmente ora che non sei potuto venire presto come previsto. Che gioia quando finalmente ci incontreremo e ti potrò stringere tra le braccia e contemplare il tuo amato viso e i bellissimi occhi teneri, e potrò baciarti dolcemente, sempre di più, finché non potrai più fuggire. Una volta preso, non ti libererai così presto. Ti soffocherò di baci!
Alix



Sibilla Aleramo a Dino Campana (6 agosto 1916)

I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo. Non ho saputo che abbracciarti. Tu che m’avevi portata così lontano. Oh tu non hai bisogno di me! È vero che vuoi ch’io ritorni? Come una bambina di dieci anni. È vero che mi aspetti? Rivedere la luce d’oro che ti ride sul volto. Tacere insieme, tanto, stesi al sole d’autunno. Ho paura di morire prima! Dino, Dino, ti amo! Ho visto i miei occhi stamane, c’è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura. È vero che mi hai detto ‘amore’? Non hai bisogno di me. Eppure la gioia è così forte. Son tua. . Sono felice, tremo per te ma di me son sicura.E poi non è vero, son sicura anche di te, vivremo, siamo belli. Dimmi. Io non posso più dormire,ma tu hai la mia sciarpa azzurra, ti aiuta a portare i tuoi sogni? Scrivimi!



 


Franz Kafka a Milena Jesenskà (1922?)

Come è bello, come è bello, Milena, come è bello. Nulla è tanto bello nella lettera (di martedì), ma la calma, la fiducia, la chiarezza, dalla quale proviene. Questa mattina non c'era niente; col fatto in sé avrei potuto conciliarmi molto facilmente; il ricever lettere è ora molto diverso, lo scriver lettere quasi immutato. La pena e la fortuna di dover scrivere sussiste ancora; al fatto dunque mi sarei rassegnato, che bisogno ho di una lettera se ieri, per esempio, ho passato tutto il giorno e la sera e metà della notte a discorrere con te in una conversazione in cui ero sincero e serio come un fanciullo e tu accogliente e seria come una mamma? (in realtà non ho mai visto un fanciullo così o una mamma così); tutto ciò poteva anche passare, soltanto dovrei conoscere la causa della mancanza di scritti, non vederti continuamente malata a letto, nella cameretta, la pioggia autunnale di fuori, tu sola con la febbre (ne hai scritto), raffreddata (ne hai scritto), col sudore notturno e la stanchezza (di tutto ciò hai scritto) se tutto ciò non è, tutto è bene, e non chiedo niente di meglio.
Non intendo di rispondere al primo capoverso della tua lettera, tanto più che non conosco neanche il famigerato primo capoverso della lettera precedente. Sono tutte cose molto aggrovigliate che si possono sciogliere soltanto nel colloquio fra madre e figlio, che costì si possono forse udire soltanto perché costì non possono accadere. Non intendo di occuparmene perché il dolore sta in agguato nelle tempie. La freccia amorosa mi fu forse vibrata nelle tempie anziché nel cuore?

Ieri ho sognato di te. Non ricordo quasi più i singoli fatti, so soltanto che di continuo ci trasformavamo l'uno nell'altro, io ero tu, tu eri io. Infine, non so come, prendesti fuoco, mi ricordai che il fuoco può essere soffocato coi panni, afferrai un vecchio abito e con
questo mi misi a batterti. Ma qui ricominciarono le metamorfosi e si arrivò al punto che tu eri scomparsa, mentre ero io che ardevo e io ancora che battevo con l'abito. Ma ciò non serviva a nulla e così era confermato il mio vecchio sospetto che queste cose non valgono contro il fuoco. Intanto però erano arrivati i pompieri e nonostante tutto tu in qualche modo fosti salvata. Ma eri diversa da prima, spettrale, disegnata col gesso nel buio e, inanimata o forse soltanto svenuta per la gioia di essere salva, mi cadesti tra le braccia. Ma anche qui si riscontrò l'incertezza della trasformazione perché forse ero io che cadevo tra le braccia di qualcuno.


        

 


Zelda Fitzgerlad a Francis Scott Fitzgerlad (1929)

Scott, sei proprio spaventosamente sciocco – In primo luogo, non ho dato a nessuno il bacio d’addio, e in secondo luogo, nessuno è partito – tu sai, tesoro, che ti amo troppo per volerlo. Se avessi un onesto – o disonesto – desiderio di baciare solo una o due persone, lo farei – ma non potrei mai volerlo – la mia bocca è tua. Supponi che io lo faccia – sai che non conterebbe assolutamente nulla – perché non puoi capire che niente significa niente eccetto la tua cara persona e il tuo amore? – Desidererei che ci affrettassimo e che io fossi tua cosi sapresti – Qualche volta quasi dispero di farti sentire sicuro – così sicuro che nulla ti potrebbe mai far dubitare come dubito io.



Giorgio Caproni a Rina Rettagliata

a R.
Amore, com'è ferito
il secolo, e come siamo soli
- tu, io - nel grigiore
che non ha nome. Finito
è il tempo dell'usignolo
e del leone. Il blasone
è infranto. Il liocorno
orma non ha lasciato
sul suolo: l'Ombra, è in cuore.



Eugenio Montale a Drusilla Tanzi

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.


 

 


Leonard Cohen a Marianne Ihlen (luglio 2016)

Well Marianne it’s come to this time when we are really so old and our bodies are falling apart and I think I will follow you very soon. Know that I am so close behind you that if you stretch out your hand I think you can reach mine. And you know that I’ve always loved you for your beauty and your wisdom but I don’t need to say anything more about that because you know all about that. But now I just want to wish you a very good journey. Goodbye old friend. Endless love. See you down the road…

Bene, Marianne, è arrivato quel punto della vita in cui siamo davvero troppo vecchi e i nostri corpi si sgretolano e penso che ti seguirò molto presto. Sappi che ti sono così vicino che se tendi una mano puoi raggiungere la mia. E sai che ti ho sempre amata per la tua bellezza e per la tua saggezza, ma non c'è bisogno che dica nulla di più, perché sai già tutto. Ma adesso voglio solo augurarti buon viaggio. Arrivederci vecchia amica. Amore infinito. Ci vediamo lungo la strada...


 


              
 

      

 

File midi: J. Fred Coots, Love letters in the sand

 



 

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