Giorno della Memoria

 


 

Chi salva una vita, salva il mondo intero
(Talmud)

 


 

Nella tradizione mistica ebraica, 36 Giusti vivono su questo pianeta senza essere consapevoli della loro natura “speciale”. Nessuno li conosce, sono in un certo senso “nascosti” (nistarim), ma in ogni momento della storia ce ne saranno sempre 36 e la loro presenza assicura l’esistenza del mondo stesso.
Nella narrativa europea orientale il viandante forestiero che giunge in una comunità giusto in tempo per salvarla dalla catastrofe è molto probabilmente uno dei 36, ma è troppo umile per rendersene conto. Terminata la sua missione, torna nell’anonimato.
Nessuno sa chi siano quei 36, ma ogni ebreo dovrebbe cercare di conformare il più possibile il suo comportamento e il proprio stile di vita ad essi, dovrebbe cioè agire come se fosse uno di loro e tenere a mente il detto talmudico che “chi salva una vita salva il mondo intero”.



 

Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah, ha il compito di documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah, preservando la memoria di ognuna delle sei milioni di vittime per mezzo dei suoi archivi, della biblioteca, della Scuola e dei musei. Ha inoltre il compito di ricordare i Giusti fra le Nazioni, che rischiarono le loro vite per aiutare gli ebrei durante la Shoah.
Il termine "Giusti tra le Nazioni" è stato utilizzato per indicare i non-ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita e senza interesse personale per salvare la vita anche di un solo ebreo dal genocidio nazista della Shoah. A gennaio 2016 i Giusti tra le nazioni onorati dallo Yad Vashem erano 26.119, 671 di questi sono italiani.


Irena Sendler


 

Irena Sendler nacque nella periferia operaia di Varsavia, in una famiglia cattolica polacca di orientamento socialista. Il padre, Stanisław Krzyżanowsky, era medico: morì di tifo nel febbraio 1917, avendo contratto la malattia mentre assisteva ammalati (molti dei quali ebrei) che altri suoi colleghi si erano rifiutati di curare.
Quando i nazisti occuparono la Polonia (1939) Irena, con altri collaboratori, riuscì a procurare circa 3.000 falsi passaporti per aiutare le famiglie ebraiche.
Come dipendente dei servizi sociali della municipalità, la Sendler ottenne un permesso speciale per entrare nel ghetto alla ricerca di eventuali sintomi di tifo. Durante queste visite, la donna portava sui vestiti una Stella di Davide sia come segno di solidarietà con il popolo ebraico, sia per non richiamare l'attenzione su di sé.
Irena iniziò a trasportare fuori dal ghetto decine e decine di bambini di tutte le età.
Nascondeva i neonati nelle casse del furgone, i bambini più grandicelli in sacchi di juta. Addestrò il suo cane ad abbaiare quando arrivavano i tedeschi, perché non potessero sentire i pianti disperati dei bambini che venivano separati dai loro genitori.
Alla fine riuscì a salvare circa 2500 bambini.
Ma il sogno di Irena era quello di restituire loro, un giorno, la famiglia d’origine. Nascose quindi per anni in barattoli di marmellata vuoti i fogli con i nomi delle famiglie d’origine, poi sotterrò i barattoli nel giardino.
Ad un certo punto la Gestapo la catturò. Venne torturata, le fratturarono le gambe e le braccia, ma Irena riuscì a non rivelare il suo segreto.
Alla fine della guerra i suoi preziosi barattoli furono recuperati e utilizzati per ricontattare 2000 bambini: le loro famiglie erano state sterminate e nella maggioranza dei casi il ricongiungimento non fu possibile.




 


Raoul Gustav Wallenberg




Raoul Wallenberg era uno dei rampolli della più importante famiglia di banchieri svedesi. Mentre i suoi parenti intrecciavano affari da una parte all’altra del globo, lui cresceva ricco, poliglotta e colto.
Apprezzato nella buona società, laureato in architettura e con prospettive più che brillanti, nel 1944, a soli trentadue anni, decide di dare una virata violenta alla sua esistenza privilegiata.
Lo sterminio, la cui eco giunge anche in Svezia (Paese neutrale), lo spinge a offrirsi per un compito pericoloso: serve un uomo al di sopra di ogni sospetto che parli bene il tedesco e si rechi come legato a Budapest con lo scopo di salvare quante più persone possibili.
In quella città martoriata il piano nazista va a gonfie vele, grazie alla diretta supervisione di Adolf Eichmann. Ufficiale apparentemente incolore e delfino di Himmler, Eichmann mobilita tutta la sua notevole capacità organizzativa per assicurarsi che neanche un ebreo possa sfuggire al suo destino disegnato dal Reich.
E’ in quel contesto che lo svedese di ottima famiglia mostra una creatività e una temerarietà che non conoscono moderazione: inizia a rilasciare "passaporti di protezione" (Schultz-Pass) a chiunque possa mostrare anche una minima connessione con la Svezia; organizza "case svedesi" dove fa sì che si raccolga il maggior numero di ebrei possibili; si reca nelle stazioni da dove partono i convogli senza ritorno, e con un fucile puntato nella schiena si adopera per far scendere dai vagoni altri essere umani.
Perennemente osteggiato da Eichmann e colleghi, che lo minacciano e lo controllano passo dopo passo, Wallenberg resta a Budapest fino al gennaio del 1945. Fino alla fine, insomma.
E dopo? Dopo inizia l’enigma.
Catturato sicuramente dei russi che, nel caos del momento, non comprendono il ruolo dell’uomo scandinavo che parla tanto bene il tedesco, le tracce di questo eroico personaggio svaniscono. Si perdono nelle prigioni staliniane, si smarriscono per anni, nessuno riesce a scoprirne nulla.
Il secondo conflitto mondiale è finito, la situazione confusa, si fatica ad avere notizie, anche se lo scomparso è figlio e nipote di "gente importante". Quando poi si inizia a indagare meglio, la Guerra Fredda è in corso, e magari sarebbe pessima cosa far sapere d’aver imprigionato per errore un delegato svedese. La ragion di Stato...
La madre del giovane non si rassegna – non lo farà mai – e man mano che il nome del figlio diviene noto, aumentano le pressioni per scoprire dove sia colui che ha salvato quasi centomila ebrei. Ciò che emerge è che effettivamente Raoul è stato rinchiuso dietro le sbarre russe, in diversi luoghi, e a quanto risulta è deceduto di morte naturale nel 1947. Fatto che si scontra con le testimonianze di chi asserisce di averlo incontrato in prigione anni dopo e di aver addirittura saputo del suo ricovero in un ospedale psichiatrico ben oltre il 1960.
Se così fosse -e le prove sono molteplici- significherebbe che, per nascondere un "errore di valutazione", per decenni si è lasciato languire un innocente dietro mura invalicabili.
Nessun incontro tra la Russia e la Svezia è mai riuscito a far emergere il reale e drammatico epilogo dei giorni coraggiosi e persi di Wallenberg.
Nel suo Paese è giustamente considerato un eroe (come accade anche da noi per Giorgio Perlasca), a lui sono intitolati istituti e quant'altro; in Israele ha la sua pianta nel Giardino dei Giusti e in un parco di Budapest a lui dedicato è stato innalzato un salice piangente d’argento, splendido e commovente monumento eretto per ricordare le vittime dell’olocausto (un nome su ogni foglia).






Gino Bartali




Era un devoto cattolico, molto legato all'Arcivescovo di Firenze Angelo Elia Dalla Costa.
Dopo l'occupazione tedesca in Italia nel settembre 1943, Bartali - che era un corriere della Resistenza - giocò un ruolo molto importante nel salvataggio degli ebrei da parte della Delegazione per l’assistenza agli immigrati (DELASEM), rete avviata dallo stesso Dalla Costa e dal rabbino Nathan Cassuto.
Il ciclista toscano fingeva di allenarsi per le grandi corse a tappe che sarebbero riprese dopo il conflitto, ma in realtà trasportava documenti falsi, nascosti nel sellino della bicicletta, per circa 800 ebrei nascosti in case e conventi tra Toscana e Umbria. Centinaia di km percorsi in bici avanti e indietro, da Firenze ad Assisi, per “consegnare” nuove identità alle famiglie ricercate con feroce determinazione dai fascisti della RSI e dai nazisti.
Quando veniva fermato e perquisito, chiedeva espressamente che la bicicletta non venisse toccata, dicendo che le diverse parti del mezzo erano state attentamente calibrate per ottenere la massima velocità.
Giorgio Goldenberg, piccolo ebreo fiumano, raccontò di essere stato nascosto con la famiglia in un appartamento di proprietà del campionissimo in via del Bandino a Firenze. "Sono vivo perché Bartali ci nascose in cantina", spiegò.
Ricercato dalla polizia fascista, Bartali sfollò a Città di Castello, dove rimase cinque mesi, nascosto da parenti e amici.
Con la sua azione Bartali ha contribuito al salvataggio di 800 persone fra il settembre 1943 e il giugno 1944. Giusto tra le Nazioni.

 


 

Sugihara Chiune


 

Durante l’estate del 1940, Sugihara Chiune, console del Giappone a Kaunas, allora capitale della Lituania occupata dai Sovietici, rilasciò visti di transito per migliaia di Ebrei che fuggivano dalla Polonia e da altri paesi dell’Europa orientale sotto l’occupazione nazista. L’unica loro speranza era di attraversare la Siberia e, via Giappone, di raggiungere un paese amico.
Per rilasciare il maggior numero possibile di visti a coloro che premevano alle porte del consolato, decise di disobbedire agli ordini di Tokyo.
Al suo ritorno in Giappone, nel 1947, fu radiato dalle file del Ministero degli Affari Esteri per non aver obbedito agli ordini, costretto a vivere di un oscuro impiego di traduttore, e morì dimenticato da tutti.
Solo la pubblicazione del libro Rokusennin no inochi no bisa (Visti per 6000 vite) scritto dalla moglie Sugihara Yukiko e pubblicato nel 1990 ha permesso di rendere pubblico, soprattutto in patria -ma anche in tutti i paesi dove il libro è poi stato tradotto e pubblicato – l’atteggiamento coraggioso di questo Giusto.
Di sé diceva: “Ho disobbedito agli ordini, ma non al mio Dio”.

 


I giusti
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Jorge Luis Borges

 

 

 

 

 

27 gennaio 2017  
 

 

 

 

 

 

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