27 gennaio

Giorno della Memoria
 

 

 







Marciammo ancora parecchie ore prima di arrivare. Scorgemmo il campo solo quando ci trovammo davanti alla porta. Dei kapò ci installarono rapidamente nelle baracche. Ci si spingeva, ci si urtava, come se si fosse trattato del rifugio supremo, della porta che dà sulla vita. Si camminava su corpi doloranti, si pestavano volti straziati. Non un grido; qualche gemito. Anche noi, io e mio padre, fummo gettati a terra da quella marea dilagante. Sotto i nostri passi qualcuno emetteva un rantolo:
– Mi state schiacciando... pietà!
Una voce che non mi era sconosciuta.
– Mi state schiacciando... pietà! Pietà.
La stessa voce spenta, lo stesso rantolo già sentito da qualche altra parte. Quella voce mi aveva parlato un giorno. Dove? Quando? Anni fa? No, non poteva essere che nel campo.
– Pietà!



Sentivo che lo stavo schiacciando. Gli impedivo di respirare. Volevo togliermi, cercavo di allontanarmi per permettergli di respirare, ma anch'io ero schiacciato sotto il peso di altri corpi. Respiravo a fatica, conficcavo le mie unghie in volti sconosciuti. Mordevo intorno a me per cercare un accesso all'aria. Nessuno gridava.
Improvvisamente mi rammentai: Juliek! Quel ragazzo di Varsavia che suonava il violino nell'orchestra di Buna...
– Juliek, sei tu?
– Eliezer... Si... Mi ricordo.
Tacque. Trascorse un lungo momento.
– Juliek! Mi senti, Juliek?
– Sì... – disse con voce debole. – Che vuoi?
Non era morto.
– Come stai, Juliek? – domandai, più per sentirlo parlare, per sentirlo vivere che per conoscere la sua risposta.
– Bene, Eliezer... Va bene... Poca aria... Stanco. Ho i piedi gonfi. E bello riposarsi, ma il mio violino...
Pensavo che avesse perduto la ragione: cosa c'entrava il violino?
– Cosa, il tuo violino?
Ansimava:
– Ho... Ho paura... che si rompa... il violino... L'ho... l'ho portato con me.



Non potei rispondergli. Qualcuno si era sdraiato tutto su di me, mi aveva coperto il volto. Non potevo più respirare, né dalla bocca né dal naso. Il sudore mi imperlava la fronte e la schiena: era la fine, la fine della strada. Una morte silenziosa, il soffocamento. Nessuna possibilità di gridare, di chiedere aiuto.
Cercavo di sbarazzarmi del mio invisibile assassino. Tutto il mio desiderio di vivere si era concentrato nelle mie unghie. Graffiavo, lottavo per una boccata d'aria. Laceravo una carne marcia che non rispondeva. Non potevo svincolarmi da quella massa che mi pesava sul petto. Chissà, forse lottavo con un morto?
Non lo saprò mai. Tutto ciò che posso dire è che ne ebbi ragione. Riuscii a scavarmi un buco in quella muraglia di agonizzanti, un piccolo buco attraverso il quale potei bere un po' d'aria.
– Papà, come ti senti? – domandai, appena potei pronunciare una parola.
Sapevo che non doveva essere lontano.
– Bene! – rispose una voce lontana, come se venisse da un altro mondo. – Cerco di dormire.
Cercava di dormire. Aveva torto o ragione? Si poteva dormire lì? Non era pericoloso allentare la propria vigilanza, anche solo per un istante, quando la morte in ogni momento poteva abbattersi su di noi?



Riflettevo così quando sentii il suono di un violino. Il suono di un violino nell'oscura baracca dove dei morti si ammucchiavano sui vivi. Chi era quel pazzo che suonava il violino qui, sull'orlo della propria tomba? O era solo un'allucinazione?
Doveva essere Juliek.
Suonava un frammento di un concerto di Beethoven. Non avevo mai ascoltato suoni così puri. In un tale silenzio.
Com'era riuscito a svincolarsi, a estrarsi di sotto al mio corpo senza che lo sentissi?
L'oscurità era totale. Sentivo soltanto quel violino ed era come se l'anima di Juliek gli servisse da archetto. Suonava la sua vita. Tutta la sua vita scivolava sulle corde. Le sue speranze perdute, il suo passato bruciato, il suo avvenire spento. Suonava quello che non avrebbe mai più suonato.
Non potrò mai scordare Juliek. Come potrei scordare quel concerto dato per un pubblico di agonizzanti e di morti! Ancora oggi, quando sento suonare Beethoven, i miei occhi si chiudono e, dall'oscurità, sorge il volto pallido e triste del mio compagno polacco che dava l'addio col suo violino a un uditorio di moribondi.
Non so per quanto suonò. Il sonno mi vinse, e quando mi svegliai, sul fare del giorno, vidi Juliek di fronte a me ripiegato su se stesso, morto. Accanto a lui giaceva il violino, pestato, schiacciato, piccolo cadavere insolito e sconvolgente.

Tratto da:
Elie Wiesel, "La notte"
(Editrice La Giuntina)



File midi
L.V.Beethoven: Romance per Violino e Orchestra No.1 in G, Op.40



27 gennaio 2010
 

Alla memoria di Marek Edelman
 (Varsavia, 1922-2009)
 

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