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Marciammo ancora parecchie ore prima di arrivare. Scorgemmo il
campo solo quando ci trovammo davanti alla porta. Dei kapò ci
installarono rapidamente nelle baracche. Ci si spingeva, ci si
urtava, come se si fosse trattato del rifugio supremo, della
porta che dà sulla vita. Si camminava su corpi doloranti, si
pestavano volti straziati. Non un grido; qualche gemito. Anche
noi, io e mio padre, fummo gettati a terra da quella marea
dilagante. Sotto i nostri passi qualcuno emetteva un rantolo:
– Mi state schiacciando... pietà!
Una voce che non mi era sconosciuta.
– Mi state schiacciando... pietà! Pietà.
La stessa voce spenta, lo stesso rantolo già sentito da
qualche altra parte. Quella voce mi aveva parlato un giorno.
Dove? Quando? Anni fa? No, non poteva essere che nel campo.
– Pietà!

Sentivo che lo stavo schiacciando. Gli impedivo di respirare.
Volevo togliermi, cercavo di allontanarmi per permettergli di
respirare, ma anch'io ero schiacciato sotto il peso di altri
corpi. Respiravo a fatica, conficcavo le mie unghie in volti
sconosciuti. Mordevo intorno a me per cercare un accesso
all'aria. Nessuno gridava.
Improvvisamente mi rammentai: Juliek! Quel ragazzo di Varsavia
che suonava il violino nell'orchestra di Buna...
– Juliek, sei tu?
– Eliezer... Si... Mi ricordo.
Tacque. Trascorse un lungo momento.
– Juliek! Mi senti, Juliek?
– Sì... – disse con voce debole. – Che vuoi?
Non era morto.
– Come stai, Juliek? – domandai, più per sentirlo parlare, per
sentirlo vivere che per conoscere la sua risposta.
– Bene, Eliezer... Va bene... Poca aria... Stanco. Ho i piedi
gonfi. E bello riposarsi, ma il mio violino...
Pensavo che avesse perduto la ragione: cosa c'entrava il
violino?
– Cosa, il tuo violino?
Ansimava:
– Ho... Ho paura... che si rompa... il violino... L'ho... l'ho
portato con me.

Non potei rispondergli. Qualcuno si era sdraiato tutto su di
me, mi aveva coperto il volto. Non potevo più respirare, né
dalla bocca né dal naso. Il sudore mi imperlava la fronte e la
schiena: era la fine, la fine della strada. Una morte
silenziosa, il soffocamento. Nessuna possibilità di gridare,
di chiedere aiuto.
Cercavo di sbarazzarmi del mio invisibile assassino. Tutto il
mio desiderio di vivere si era concentrato nelle mie unghie.
Graffiavo, lottavo per una boccata d'aria. Laceravo una carne
marcia che non rispondeva. Non potevo svincolarmi da quella
massa che mi pesava sul petto. Chissà, forse lottavo con un
morto?
Non lo saprò mai. Tutto ciò che posso dire è che ne ebbi
ragione. Riuscii a scavarmi un buco in quella muraglia di
agonizzanti, un piccolo buco attraverso il quale potei bere un
po' d'aria.
– Papà, come ti senti? – domandai, appena potei pronunciare
una parola.
Sapevo che non doveva essere lontano.
– Bene! – rispose una voce lontana, come se venisse da un
altro mondo. – Cerco di dormire.
Cercava di dormire. Aveva torto o ragione? Si poteva dormire
lì? Non era pericoloso allentare la propria vigilanza, anche
solo per un istante, quando la morte in ogni momento poteva
abbattersi su di noi?

Riflettevo così quando sentii il suono di un violino. Il suono
di un violino nell'oscura baracca dove dei morti si
ammucchiavano sui vivi. Chi era quel pazzo che suonava il
violino qui, sull'orlo della propria tomba? O era solo
un'allucinazione?
Doveva essere Juliek.
Suonava un frammento di un concerto di Beethoven. Non avevo
mai ascoltato suoni così puri. In un tale silenzio.
Com'era riuscito a svincolarsi, a estrarsi di sotto al mio
corpo senza che lo sentissi?
L'oscurità era totale. Sentivo soltanto quel violino ed era
come se l'anima di Juliek gli servisse da archetto. Suonava la
sua vita. Tutta la sua vita scivolava sulle corde. Le sue
speranze perdute, il suo passato bruciato, il suo avvenire
spento. Suonava quello che non avrebbe mai più suonato.
Non potrò mai scordare Juliek. Come potrei scordare quel
concerto dato per un pubblico di agonizzanti e di morti!
Ancora oggi, quando sento suonare Beethoven, i miei occhi si
chiudono e, dall'oscurità, sorge il volto pallido e triste del
mio compagno polacco che dava l'addio col suo violino a un
uditorio di moribondi.
Non so per quanto suonò. Il sonno mi vinse, e quando mi
svegliai, sul fare del giorno, vidi Juliek di fronte a me
ripiegato su se stesso, morto. Accanto a lui giaceva il
violino, pestato, schiacciato, piccolo cadavere insolito e
sconvolgente.
Tratto da:
Elie Wiesel, "La notte"
(Editrice La Giuntina)

File midi
L.V.Beethoven: Romance per Violino e Orchestra No.1 in G, Op.40

27 gennaio 2010
Alla memoria di Marek
Edelman
(Varsavia, 1922-2009)
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