Leggere








Marta Barone, Miriam delle cose perdute
Ed. Rizzoli


Incipit

Yahveh mi ha fornito di molte cose, una delle quali è una memoria prodigiosa.
Ci sono ricordi con i quali combatto perché affiorino, i ricordi più lontani, immersi nel pantano di latte e di carezze dei primi anni. Sono sensazioni, più che altro: il fruscio costante della lunga veste di stoffa spessa di mia madre, la ruvidezza delle dita di mio padre sulle mie guance di neonata, il forte odore di cedro stagionato della culla che ascoltò le mie urla, quello acre e sgradevole del sudore dei parenti venuti a farmi visita, che avevano camminato per giorni e giorni sotto il sole cocente di Galilea.
Il primo ricordo chiaro risale ai due anni. Non sono in grado di collocarlo in un giorno o in una stagione precisa; so che la stanza era fresca e ombrosa, e mia madre mi teneva sulle ginocchia. Avevo imparato a camminare e ne ero orgogliosa. Perciò lottavo con le sue braccia solide e brune, perché mi facesse scendere e usare le gambe.
E lei mi disse, severa: "Figlia, devi camminare il meno possibile sul suolo impuro, perché i tuoi piedi toccheranno il pavimento del Tempio del Signore".
Già qualche parola la sapevo pronunciare, così le feci la domanda che le avrei fatto più spesso per il resto della vita, e a cui non trovai mai risposte soddisfacenti.
"Perché?"
Lei sorrise con dolcezza, ma le sue mani rimasero ferme sui miei fianchi.
"Perché sei un dono di Dio, e come tale tornerai a lui."
Chissà se essere un dono di Dio era divertente.












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